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Classifica campionato di Serie A
Squadra Pti Squadra Pti
JUVENTUS 75 Parma 33
Napoli 60 Genoa 33
Inter 53 Sassuolo 32
Milan 51 Cagliari 30
Roma 47 Spal 26
Lazio 45 Udinese 25
Atalanta 45 Empoli 25
Torino 44 Bologna 24
Sampdoria 42 Frosinone 17
Fiorentina 37 Chievo (-3) 11
Classifica completa, risultati, calendario
Le prossime gare in calendario
Data/Ora Cmp Partita
30.03 18:00 A Juventus-Empoli
02.04 21:00 A Cagliari-Juventus
06.04 18:00 A Juventus-Milan
10.04 21:00 ChL Ajax-Juventus
13.04 15:00 A Spal-Juventus
16.04 21:00 ChL Juventus-Ajax
20.04 18:00 A Juve-Fiorentina
28.04 15:00 A Inter-Juventus
05.05 15:00 A Juventus-Torino
12.05 15:00 A Roma-Juventus
Calendario completo
Tutte le partite ufficiali della stagione
G. Pti Vit Par Sco Fat Sub  
18 47 15 2 1 40 11 C
20 46 15 1 4 33 17 F
1 3 1 0 0 1 0 N
39 96 31 3 5 74 28 T
Ultime 10 gare ufficiali
Data Cmp Partita Ris
30.01 Ita Atalanta-Juventus 3-0
02.02 A Juventus-Parma 3-3
10.02 A Sassuolo-Juventus 0-3
15.02 A Juventus-Frosinone 3-0
20.02 ChL Atletico Madrid-Juve 2-0
24.02 A Bologna-Juventus 0-1
03.03 A Napoli-Juventus 1-2
08.03 A Juventus-Udinese 4-1
12.03 ChL Juve-Atletico Madrid 3-0
17.03 A Genoa-Juventus 2-0
Punti 19 - Vinte 6 - Pari 1 - Perse 3
Gol fatti 19 - Gol subiti 12 - Vedi tabellini
Tutte le partite ufficiali della stagione
M Giocatore Pres G.F G.S Esp
7 Ronaldo 36 24 - 1
10 Dybala 35 9 - -
12 Alex Sandro 34 - - -
5 Pjanic 34 4 - 1
14 Matuidi 33 3 - -
19 Bonucci 32 2 - -
30 Bentancur 31 2 - 1
1 Szczesny 31 - 22 -
33 Bernardeschi 29 3 - -
17 Mandzukic 29 9 - -
3 Chiellini 28 1 - -
23 Emre Can 28 4 - -
20 Joao Cancelo 25 1 - -
11 Douglas Costa 24 1 - 1
2 De Sciglio 20 - - -
16 Cuadrado 16 1 - -
6 Khedira 15 2 - -
24 Rugani 14 2 - -
15 Barzagli 8 - - -
22 Perin 8 - 6 -
18 Kean 7 3 - -
4 Benatia 6 - - -
37 Spinazzola 6 - - -
4 Caceres 5 - - -
41 Nicolussi 1 - - -
21 Pinsoglio 0 - - -
Contributo reparti in fase realizzativa
Difesa 6 - Centrocampo 17 - Attacco 48
Altre statistiche
Giocatori utilizzati 25 (almeno 1 pres.)
Giocatori in gol 16 (64,00%)
Rigori segnati 9 - Sbagliati 1 - Parati 2
Espulsioni 4 (4 giocatori diversi espulsi)
La Juventus dal 1900 ad oggi
Gare ufficiali   Serie A
4.296 Giocate 2.876
2.347 (54,63%) Vittorie 1.579 (54,90%)
1.107 (25,77%) Pareggi 783 (27,23%)
842 (19,60%) Sconfitte 514 (17,87%)
7.718 Fatti 5.026
4.186 Subiti 2.710
C. Europee   Era 3 pti (uff.)
468 Giocate 1.274
257 (54,91%) Vittorie 766 (60,13%)
106 (22,65%) Pareggi 304 (23,86%)
105 (22,44%) Sconfitte 204 (16,01%)
799 Fatti 2.261
422 Subiti 1.105
Tutti i numeri della Juventus
Top 10 - All Time (gare ufficiali)
Presenze Gol fatti
705 Del Piero 289 Del Piero
656 Buffon 179 Boniperti G.
552 Scirea 178 Bettega R.
528 Furino 171 Trezeguet
500 Chiellini 167 Sivori
482 Bettega R. 158 Borel F.
476 Zoff 130 Anastasi
459 Boniperti G. 124 Hansen J.
450 Salvadore 115 Baggio R.
447 Causio 113 Munerati
Classifiche complete
Top 10 - Rosa attuale (gare ufficiali)
Presenze Gol fatti
500 Chiellini 77 Dybala
351 Bonucci 43 Mandzukic
279 Barzagli 35 Chiellini
175 Dybala 24 Ronaldo
158 Mandzukic 21 Bonucci
148 Alex Sandro 21 Khedira
130 Cuadrado 19 Pjanic
125 Khedira 14 Cuadrado
125 Pjanic 9 Alex Sandro
115 Caceres 8 Bernardeschi
Classifiche complete
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Pubblicato il 30.09.2005
Il Mondiale del 1934
di Bidescu
Strettissimo ed inevitabile è l’intreccio tra politica e sport, quando è in gioco l’organizzazione di un’imponente manifestazione a carattere planetario, come i Mondiali di calcio. Ancora più importante, se questo avviene negli anni Trenta, in un paese soggiogato dalla dittatura, quando lo sviluppo economico e tecnologico, rende enormi le distanze e le comunicazioni tra i vari paesi. Il Mondiale del 1934 va ricordato, sul piano organizzativo, come un piccolo “miracolo” dell’Italia, dovuto soprattutto alla volontà del regime fascista, che offrì un contributo importante con lo scopo di promuovere la propria immagine nel mondo. Questo impegno per “sportivizzare” l’Italia, porterà in pochi anni a dei risultati davvero sorprendenti, come le vittorie nei Campionati del Mondo del 1934 e del 1938, quest’ultimo conquistato in un ambiente assolutamente ostile, al contrario del Mondiale casalingo, ottenuto in una situazione molto più “amichevole”. Il regime fascista tenterà, ovviamente, di sfruttare questi risultati a proprio favore, sia per dimostrare come in poco tempo l'Italia fosse assurta al ruolo di grande e temuta protagonista internazionale ed accrescere, quindi, il proprio potere politico, sia per incrementare a dismisura lo spirito e l’orgoglio nazionale. I fatti dimostreranno che non sarà così, il fascismo porterà la Nazione alla rovina, ma questa è un’altra dolorosissima storia.
«Le prodezze sportive», sostenne Mussolini, «accrescono il prestigio della nazione ed abituano gli uomini alla lotta in campo aperto, attraverso la quale si misura non soltanto la prestanza fisica, ma il vigore morale dei popoli».
Per «preparare i giovani fisicamente e moralmente in guisa da renderli degni della nuova norma di vita italiana» fu appositamente creata, nel 1926, la “Opera nazionale Balilla”, che doveva «provvedere ad infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell'educazione militare, le istruzioni ginnico-sportive, la formazione spirituale e culturale». Proprio uno di questi giovani “Balilla” divenne la personalità più importante del calcio di quegli anni: Giuseppe Meazza, che guiderà l’Italia alla vittoria delle due Coppe del Mondo.
Per questi motivi, il Duce è disposto a tutto, pur di ottenere l’organizzazione dei Mondiali 1934 e nomina il gerarca Leandro Arpinati, podestà di Bologna, presidente della Federcalcio. I collaboratori di Arpinati, sono due dirigenti, Giovanni Mauro ed Ottorino Barassi i quali, dopo aver istituito il girone unico nel campionato di Serie A nel 1929, si preparano ad impegnare la Nazione ad un notevole sforzo per la realizzazione e l’adeguamento degli impianti sportivi. Così, dopo la rinuncia della Svezia, unico Paese concorrente, l’8 ottobre del 1932 l’assemblea della Fifa decide di assegnare alla Federazione italiana l’organizzazione della seconda Coppa del Mondo.
Dopo grandi e dispendiosi lavori, sono presentati stadi moderni e funzionali, alcuni dei quali autentici gioielli architettonici. La capienza dello stadio romano “Stadio Nazionale del P.N.F.” (l’attuale “Flaminio”, completamente ricostruito nel dopoguerra), solitamente di trentamila posti, è raddoppiata. Lo stadio capitolino ha la forma ad “U”, come gli antichi stadi ellenici e, nello spazio aperto tra le due branche, è stata costruita una piscina per il nuoto, il tutto con uno stile che armonizza con quello severo e classico della Roma di un tempo. Tutto in cemento armato è lo “Stadio Berta” di Firenze (l’attuale “Artemio Franchi”) con la spettacolare copertura senza pilastri della tribuna di fronte alla “Torre di Maratona”. Lo “Stadio Littoriale” di Bologna ha cinquantamila posti, dodici ingressi, quattordici biglietterie, un parcheggio per le auto ed è di colore rossastro, in quanto interamente rivestito di mattoni, come le antiche costruzioni della Roma Imperiale. Lo “Stadio Mussolini” di Torino, sessantacinquemila posti, è il più grandioso, il più perfetto ed il più moderno che vi sia in Italia. In tre mesi e mezzo è realizzato lo “Stadio del Littorio” di Trieste; è rifatto anche lo stadio “Ascarelli” di Napoli. In tutti i campi è predisposta una solida rete metallica alta due metri, che divide il pubblico dal terreno di gioco.
Sul piano strettamente tecnico, è notevole anche l’evoluzione del calcio italiano, grazie allo sviluppo del professionismo ed all’apertura agli “oriundi” (Carta di Viareggio del 1926), vale a dire a giocatori provenienti da federazioni estere, italiani o figli d’italiani. La Nazione più saccheggiata è l’Argentina, in quanto la doppia cittadinanza accordata dal regime a questi “oriundi”, consente il loro impiego in Nazionale, incrementandone notevolmente il livello di classe. I risultati arrivano immediatamente: la Nazionale italiana vince, nel 1930, la prima edizione della prestigiosa Coppa Internazionale, un Campionato Europeo dell’epoca, grazie soprattutto ad uno storico 5 a 0 rifilato a Budapest alla fortissima Nazionale magiara, che aveva destato una grande impressione e che collocava la nostra Nazionale nel ristretto club delle Grandi d’Europa.
La nostra massima rappresentativa è guidata, dal 1929 (dopo due brevi parentesi olimpiche), da Vittorio Pozzo. Nasce a Torino il 2 marzo 1886 da una famiglia di origini biellesi, gioca a calcio nelle file del Football Club Torinese, antesignano del Torino, nel Grasshoppers, in Svizzera ed ancora in Francia ed Inghilterra, dove si trasferisce per studiare le lingue straniere. Assunto dalla “Pirelli”, entra nei soci fondatori del Torino ed, in seguito, della Federcalcio. Nel 1912 è nominato commissario tecnico della Nazionale di calcio per le Olimpiadi di Stoccolma, dopo le dimissioni in blocco della commissione selezionatrice. Dopo aver partecipato al conflitto mondiale, riprende il suo posto di commissario unico alle Olimpiadi del 1924, dimettendosi poi per stare accanto alla moglie, gravemente ammalata, che morirà qualche tempo dopo. Trasferitosi a Milano, lavora contemporaneamente nell’Ufficio Propaganda della “Pirelli” e come inviato de “La Stampa”. Qui lo scova Leandro Arpinati e, faticosamente, riesce a convincerlo ad assumere la guida della Nazionale. Una scelta felice, che porterà la squadra azzurra a vincere due titoli mondiali, uno olimpico e due Coppe Internazionali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale perde il magico feeling con il successo ed è rimosso nel 1948: continua a fare il giornalista per il quotidiano torinese, isolato dal resto del mondo sportivo che non gli perdona il successo passato, accusandolo di connivenze col regime fascista. Un’infelice presenza in un quiz televisivo (“la Fiera dei Sogni”, con Mike Bongiorno), lo porta ad isolarsi ancora di più. Muore il 21 dicembre 1968, in un oblio che non fa onore al calcio italiano, perpetuato nel rifiuto ad intitolargli, nel 1990, il nuovo stadio di Torino.
Pozzo parla correntemente nove lingue e si accontenta, con encomiabile signorilità, di un ingaggio non molto elevato, comprendente solamente il rimborso delle spese; per le esigenze del suo austero tenore di vita, gli è sufficiente lo stipendio di giornalista, professione mai abbandonata ed avente sempre la caratteristica di una scrittura acuta e piacevole. Adotta una strategia complessiva, che così sintetizza nelle sue memorie: «Il calcio è un gioco collettivo, una schiera di uomini che scendono in campo legati da un vincolo morale di concordia e da un vincolo tecnico di coesione. Sul campo si va con un piano tattico prestabilito: di esso, gli esecutori sono i giocatori tutti e tutti nella stessa misura, la massima, il cento per cento. Se le cose vanno bene, la percentuale di merito dei protagonisti deve conservarsi identica per tutti; allora è la squadra che è stata la migliore, in blocco, e non un determinato uomo di essa».
Il suo segreto si fonda sull’elemento morale, senza escludere il rigore tattico, al punto che proprio la puntigliosità rappresenta uno dei capisaldi della sua inimitabile carriera. La sua opera di rinnovamento nel corso di quasi un ventennio fu costante, sempre privilegiando la coesione di un gruppo compatto da ogni punto di vista. Il magico quinquennio juventino ne favorisce indubbiamente l’opera e l’avvento sulla scena italiana di alcuni formidabili campioni sudamericani (Monti, Orsi, Cesarini, Guaita) completa una rosa di giocatori di assoluta qualità.
«Ai ragazzi aprivo le lettere, gliele consegnavo già aperte e loro non si offendevano. Le leggevo per sapere se avevano un’amante, oppure delle preoccupazioni. Cose che dovevo conoscere, per il bene della squadra». Nel racconto di Vittorio Pozzo c’è il segreto del ritiro azzurro per i Mondiali 1934. Il 1° maggio il C.T. porta trenta giocatori nell’eremo dell’Alpino, sotto il monte Mottarone, dimostrando la propria pas-sione per la montagna. Poi, in un secondo tempo, a Roveta, sui colli toscani, tra Firenze e Pisa. In tre settimane Pozzo lavora per creare il “gruppo” e molto contribuisce alla riuscita dell’opera il suo carisma, tale da consentirgli persino le intrusioni nella vita privata dei suoi ragazzi. Per eliminare le scorie del campionato, mette nella stessa camera i giocatori che hanno da smaltirne in abbondanza, come lo juventino Monti ed il bolognese Schiavio, “nemici” storici sul campo. Il suo paternalismo, a volte esasperato («i trenta azzurrabili furono ridotti ad uno stato di infantilismo puro, sapientemente concentrati sull’unico pensiero della Coppa del Mondo e della responsabilità “etica “ che su di loro incombeva» è stato scritto), non prevale sullo studio rigoroso della tattica, che Pozzo ritiene molto importante. Apporta, infatti, al “Metodo” le correzioni che in pratica impostano la squadra alla pratica del contropiede. Il “Metodo” è la tattica all’epoca più usata, anche se Germania e Francia si presentano con il più moderno “Sistema”. La Nazionale di Pozzo ne applica una versione riveduta e parzialmente corretta, in quanto ha due terzini che, oltre al compito di “spazzare l’area di rigore”, si allargano sulle ali ed avanzano ad aiutare i costruttori di gioco. «Per quest’abitudine, che per primi Rosetta e Caligaris avevano preso, giocando nella Juventus dell’inglese Aitken» annota Pozzo, «poteva aprirsi un gran vuoto al centro. Ed allora mi determinai a cercare dei centromediani che non si spingessero molto in avanti, ma che, nello stesso tempo, potessero servire gli attaccanti con lunghi, precisi traversoni».
Quando Pozzo vede giocare Monti, si accorge immediatamente che quello è l’ideale centromediano del “Metodo” (da cui la dizione ancora oggi in uso di “centromediano metodista”) per il funzionamento del suo schema. Soprannominato in patria “Doble ancho” (doppia ampiezza, armadio a due ante) per il fisico imponente, arriva alla Juventus trentenne, con l’adipe di una vecchia gloria. In poche settimane di sfiancanti allenamenti si rimette in forma e diventa pilastro della Juventus del quinquennio (conquista quattro dei cinque scudetti) eppoi della Nazionale. Aveva partecipato al Mondiale del 1930 con la maglia biancoceleste dell’Uruguay, con i colori azzurri quattro anni dopo incarna la svolta impressa dal C.T. al gioco italiano, che con lui compie un notevole miglioramento. Monti gioca arretrato, ma la precisione dei suoi lanci lunghi mantiene in equilibrio il gioco, rilanciandolo dopo ogni chiusura sul centravanti avversario. Monzeglio ed Allemandi sono scelti anche per le loro qualità tecniche elevate, che ne fanno i continuatori ideali di Rosetta e Caligaris. Ai lati di Monti, i due mediani, Ferraris IV e Bertolini, hanno il compito affrontare le ali avversarie. A costruire il gioco, insieme al centromediano, provvedono i due interni, Meazza e Ferrari, i cui dialoghi con le ali argentine Guaita ed Orsi, veloci e funamboliche, e con il poderoso centravanti Schiavio, costituiscono la parte offensiva del gioco azzurro. Per la preparazione atletica è prezioso il contributo di Carlo Carcano, allenatore della Juventus plurivittoriosa, che il C.T. vuole con se, come collaboratore.
Lo stesso Pozzo racconta: «La preparazione l’avevo divisa in due tempi. Primo tempo, all’Alpino sopra Stresa: smaltimento degli effetti del campionato, cure fisiche, rimessa a nuovo, concordia, intesa chiara ed inderogabile sulle necessità del momento. Secondo tempo, a Roveta sopra Firenze: lavoro tecnico, sul colle e giù allo stadio, opera tattica, organizzazione della squadra, intesa teorica e pratica, preparazione al combattimento vero e proprio. Il tutto, lontano dal pubblico nel modo più assoluto, senza nessuno che avesse occasione di scrivere degli articoli tecnici, sul colore delle magliette o sul tipo delle scarpette dei presenti, senza chiacchiere su presunti dissensi, senza lamentele sulla vita claustrale. Una voce sola, una linea direttiva unica, un principio lineare, da cima a fondo: un martello che picchia nello stesso modo e sullo stesso chiodo, per un mese e mezzo di seguito. La squadra ne uscì forgiata come un blocco, unita, fusa, concorde, decisa, accomunata nella volontà. E sì che comprendeva dei “polli”, come il povero Attilio Ferraris, che ero andato a pescare a Roma già scivolante verso l’alcool ed il gioco, per dare una riserva a Monti o degli anziani come il povero Umberto Caligaris, che pianse quando gli dovetti negare la soddisfazione di giocare la sua sessantesima partita in maglia azzurra, cifra tonda; pianse e nascose il suo dolore incoraggiando, con ogni sua forza, i compagni. Un plotone dal fisico pronto e dal gran solco della volontà scavato in fronte».
Durante la preparazione al Mondiale, l’Italia vince a Budapest, contro l’Ungheria, con un goal di Felice Borel e con ben nove juventini in formazione. Poi, batte facilmente la Svizzera, ma, priva di Schiavio ed Orsi, e con Cesarini che si fa male durante la partita, si fa battere a Torino dall’Austria. Pozzo dice ai suoi: «Se la sorte ci porrà contro l’Austria nel Campionato del Mondo, io manderò in campo la stessa formazione di oggi, con l’inclusione solo degli assenti. Ed allora vedremo assieme che il risultato sarà differente».
Al momento di scegliere i ventidue, il C.T. aggiunge un portiere di riserva, in quanto Ceresoli, il portiere titolare, si frattura un braccio in una partitella amichevole. «Piero Combi lo sapeva. L’uomo in gran, forma, come difensore della rete, era in quel momento Carlo Ceresoli. Nel corso della preparazione, sul campo della Fiorentina, in una parata un po’ azzardata, Ceresoli si ruppe un braccio. Proprio sotto i miei occhi, perché io stavo, in quel momento, appoggiato ai pali della porta nella quale egli lavorava. Addio Campionato del Mondo !!! Combi lo vide partire per l’ospedale, mi si avvicinò e mi disse, in piemontese: “«M’ toruca a mi ??? Tocca a me ??? Souta, Piero. Sotto, Piero,” gli risposi. Mobilitò istantaneamente lo spirito, che già egli si era rassegnato a fungere da riserva, fisicamente e tecnicamente. In tre giorni già era a posto e diventò, per anzianità, capitano dell‘undici nostro. In una settimana si mise completamente in ordine».
Dalla “rosa” è escluso anche Fulvio Bernardini. Pozzo gli preferisce Bertolini ed il mondo sportivo grida allo scandalo; questo è il discorso del C.T. al giocatore: «Vede, Bernardini, lei gioca in modo superiore. Gli altri non possono arrivare alla concezione che lei ha del gioco. Sacrificare lei o sacrificare tutti gli altri ??? Lei come si regolerebbe al mio posto ???». L’iconografia classica ricorda Luigi Bertolini con un fazzoletto bianco sulla fronte, per proteggerla nel gioco di testa, in cui eccelle; è acquistato nel 1931 dalla Juventus, diventando immediatamente un pilastro di quella formidabile squadra che vinse cinque scudetti consecutivi.
Si va ad incominciare. Gli azzurri, come dalle parole di Pozzo, sono «malleabili all’estremo, non vivevano che per gli avvenimenti che li attendevano, e volevano vincere».
L’Uruguay, campione in carica, non è presente; la defezione delle grandi rappresentative europee nel Campionato Mondiale del 1930 a Montevideo non è stata digerita dalla locale federazione, ma non è questa l’unica motivazione. Il calcio uruguagio sconta gli effetti dell’introduzione del professionismo, al quale non aderisce una parte dei club, dando vita ad un periodo molto caotico che rende impossibile l’allestimento di una Nazionale competitiva. Problemi analoghi tormentano la Federazione argentina; il professionismo è stato introdotto nel 1932, con la costituzione di una Lega secessionista di grandi club, non riconosciuta dalla Fifa. Alla Federazione internazionale rimane affiliata la Federcalcio argentina, che solo all’ultimo momento riesce ad iscriversi al Mondiale, presentando, però, una formazione dilettantistica, in quanto i grandi campioni dell’epoca restano a casa. Anche i campioni britannici non partecipano, ritenendosi troppo superiori, ad esclusione dello Stato libero d’Irlanda, eliminato alle qualificazione dall’Olanda e dal Belgio per la peggior differenza reti.
Il debutto è contro gli Stati Uniti e non avrebbe potuto essere più comodo. Il C.T. così commenta la partita: «La nostra partita con gli Stati Uniti non merita narrazione, né rilievo particolari. Nella squadra americana v’era di tutto, fuorché del valore tecnico». Ne approfittò soprattutto Schiavio, per mettere a segno una tripletta, mentre l’occasione fu anche l’unica per “Viri” Rosetta, destinato a lasciare dopo che già il mitico compagno di linea Caligaris aveva dovuto dire addio al posto da titolare». Virginio “Viri” Rosetta, cresce nel grande vivaio vercellese ed è il primo giocatore italiano ufficialmente ceduto dietro contropartita economica nel 1923; acquistato dalla Juventus, nella quale forma, con Combi e Caligaris, un mitico trio difensivo di grandissima efficacia. Angelo Schiavio è un centravanti di sfondamento, provvisto di eccellente controllo di palla e di un tiro potente e preciso con entrambi i piedi; per fare posto alle sue doti, Pozzo arretra Meazza ad interno. Incarna l’emblema de “ Il Bologna che tremare il mondo fa”, con cui vince quattro scudetti, due Mitropa Cup e quel Torneo dell’Esposizione di Parigi che, grazie alla partecipazione degli inglesi, diventò una sorta di Mondiale per club. Non indossa altre maglie; con la Nazionale chiude dopo il trionfo mondiale, con 15 goals in 21 partite.
Giuseppe “Pepp” Meazza è considerato uno dei più grandi del calcio italiano. Talento purissimo e precoce, a diciotto anni è già titolare nella sua squadra, l’Ambrosiana, nelle cui giovanili è cresciuto e con la quale vincerà due scudetti e tre titoli di capocannoniere; a diciannove è una colonna della Nazionale. Il suo calcio è fatto di guizzi ed invenzioni, sublimate da un innato senso del goal; domina la scena per oltre un decennio (oltre alla maglia dell’Ambrosiana vestirà, dopo una lunga assenza provocata da un embolo al piede destro, quelle di Milan, Juventus ed Atalanta), realizzando 225 reti in Serie A. Celebre il suo “goal ad invito”, con il portiere chiamato all’uscita e beffato con un tiro secco, scoccato dopo una finta, appena accennata. Centravanti per vocazione, ma non certo di sfondamento (il suo tiro era perfido e preciso, non richiedeva il propellente della potenza), è genialmente arretrato ad interno da Vittorio Pozzo, che ne fa un inimitabile inventore di gioco, di cui si gioveranno attaccanti d’urto come Schiavio e Piola nei due Mondiali vinti. Chiude con 53 presenze e 33 reti in azzurro, simbolo leggendario di eleganza applicata al calcio. A lui è oggi dedicato lo stadio milanese di “San Siro”.
La formula del Mondiale è ad eliminazione diretta. Le altre partite degli ottavi qualificano le squadre europee: passano Austria, Ungheria, Spagna, Svezia, Germania, Svizzera e Cecoslovacchia. Il Brasile, come le altre squadre sudamericane privo di molti campioni, negati dalle varie federazioni locali, e l’Argentina sono eliminati, rispettivamente, da Spagna e Svezia. Particolarmente difficile è il passaggio del turno dell’Austria, il “Wunderteam” di Hugo Meisl, che si qualifica ai tempi supplementari contro la Francia.
L’Austria è chiamata “Wunderteam”, la “squadra delle meraviglie” e diventa leggendaria nei primi anni Trenta, in un periodo durante il quale Vienna, Budapest e Praga sono considerate le capitali dell’università calcistica danubiana. Il “Wunderteam” è l’espressione migliore di questa scuola ed è creata e guidata da un ebreo, Hugo Meisl, che è considerato il primo “mago” della storia del calcio. Meisl non ha mai giocato a calcio, ma ha un’enorme passione. Conosce otto lingue e, nonostante il suo impiego in banca, riesce ad entrare nella federazione austriaca ed ottenere l’incarico di selezionatore della squadra nazionale.
Il “Wunderteam” è composto da giocatori molto talentuosi: il laterale Wagner, le mezzali Binder e Bican, l’ala destra Zischek. Il più famoso, ed il più bravo di tutti, è Mattia Sindelar, il centravanti. Dotato di classe eccelsa, è abilissimo negli spazi stretti, negli scatti repentini e nella forza del tiro, nonostante il suo fisico molto esile, tanto da essere battezzato “cartavelina”. In realtà è di una resistenza coriacea ed è considerato il più grande centravanti mai comparso in Europa, Sindelar si toglierà la vita, perchè malato, nel 1939, all’età di 36 anni.
Lo squadrone austriaco unisce alla qualità dello stile ed all’abilità giocoliera dei suoi protagonisti, caratteristiche di tipo britannico: il gioco è basato su lanci e traversoni fra giocatori lontani, invece dei passaggi corti e precisi tipici del calcio boemo ed ungherese. Il “Wunderteam” vinse, nel 1932, la seconda Coppa Internazionale davanti all’Italia.
I quarti di finale sono combattuti e ricchi di gioco: su tutte emerge Cecoslovacchia-Svizzera, si qualifica anche la terribile Germania che travolge la Svezia a “San Siro”; volano botte da orbi, invece, tra le regine del calcio danubiano, Austria ed Ungheria e la partita si risolve in una brutale rissa intervallata, ogni tanto, da ottime giocate.
Ma la partita più combattuta, è quella fra Italia e Spagna, tanto che sarò necessaria una ripetizione, per stabilire chi accederà alle semifinali. Si gioca a Firenze, al bellissimo stadio “Berta” e le due squadre cominciano la sfida fronteggiandosi apertamente. I due terzini iberici, Ciriaco ed il celebre Quincoces, tentano un “sandwich” sul guizzante Orsi, il quale, con uno scarto laterale, riesce ad evitare la morsa; «i due difensori» racconterà Pozzo «entrarono letteralmente l’uno nel corpo dell’altro, con un grande scricchiolio di ossa. Accorso io pure sul campo, il terzino Ciriaco mormorava dolorante: “Ahì, mi madre !!!” ed Orsi, a due passi, mi faceva cenno che in quel duplice amplesso, in quella morsa, avrebbe dovuto trovarsi lui, a farne le spese». Raimundo “Mumo” Orsi è un’ala sinistra d’ineguagliabile classe; raggiunge la notorietà sbalordendo il pubblico delle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 con la maglia della Nazionale argentina. Ingaggiato dalla Juventus, vince i cinque scudetti del quinquennio, esibendo la micidiale efficacia del fuoriclasse. Le sue serpentine fanno ammattire i difensori, il suo tiro, scoccato con entrambi i piedi, non lascia mai scampo ai portieri. Vince due volte la Coppa Internazionale, uno scudetto argentino ed uno in Brasile col Flamengo. Torna in Argentina nella primavera del 1935, spaventato dalle vicende politiche italiane, con 35 presenze e 13 goals ed il suo nome rimane indelebilmente iscritto nella storia del calcio come quello della più forte ala del calcio italiano d’ogni epoca.
Qualche minuto dopo questo scontro, un tiro rasoterra di Regueiro fulmina Combi sulla sua destra, ma poco prima dell’intervallo Ferrari, in mischia, pareggia per gli azzurri. Giovanni Ferrari è il primatista assoluto (insieme allo juventino Furino ed a Ciro Ferrara) di scudetti vinti, con ben otto titoli, conquistati in carriera con le maglie di Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna. Interno di rara intelligenza tattica, è l’ideale complemento di Meazza, la cui fantasia e genialità mirabilmente contrappesa con il suo senso del raziocinio e la precisione del gioco. Provvisto di un tiro da lontano piuttosto pungente, vince due Mondiali e due Coppe Internazionali, chiudendo la carriera azzurra con 44 presenze e 14 reti.
La ripesa è molto combattuta: il mediano Pizziolo si frattura una gamba e l’Italia rimane in dieci uomini; nei tempi supplementari solo una serie di prodezze del leggendario portiere iberico Zamora salvano gli ospiti dalla capitolazione. L’impietoso regolamento impone che il giorno successivo si disputi la ripetizione della partita.
Pozzo compie il proprio capolavoro: rinnova sapientemente la squadra, esausta dopo il massacrante impegno di 120 minuti, senza stravolgerne l’ossatura e decide di schierare, al posto dello sfortunato Pizziolo, Attilio Ferraris, il “guerriero”, che ha smesso di fumare le sue quaranta sigarette al giorno pur di essere utile alla causa. Oltre a Ferraris, gli altri “debuttanti” sono: Luigi Bertolini con il suo caratteristico fazzoletto bianco; Attilio Demaria, un oriundo tracagnotto; Felice Placido Borel, piede trentasei, erre moscia, il più forte centravanti che la Juventus abbia mai avuto. Il suo soprannome è “Farfallino”, per la grande eleganza delle sue movenze e che sia un vero campione lo dimostra al suo esordio nella Juventus, a soli diciotto anni, realizzando 29 reti in 28 partite. Sarà capocannoniere anche l’anno successivo, ma patirà, in Nazionale, la concorrenza prima del poderoso Schiavio e successivamente di Piola. Dopo il 1935, il suo rendimento si abbassa bruscamente a causa dei problemi fisici che ne tormenteranno la carriera. Raffinatissimo e veloce, conquista tre scudetti e chiude con solo tre presenze in azzurro.
La Spagna cambia invece ben sette uomini, tra cui quello più decisivo, il portierissimo Ricardo Zamora, ufficialmente infortunato, anche se c’è chi sostiene che sia stato “convinto” a non scendere in campo.
L’incontro, come racconta una cronaca del tempo «ebbe sprazzi di violenza quasi selvaggia. La partita visse i suoi momenti migliori negli episodi a sfondo atletico-agonistico. La gagliardia e la forza fisica sommersero totalmente la finezza ed i virtuosismi». Un imperioso colpo di testa di Meazza, su cui a lungo protestano gli spagnoli, porta in vantaggio gli azzurri. L’attacco iberico, completamente rivoluzionato, è evanescente e l’Italia non ha nessuna difficoltà a portare a casa la vittoria ed a qualificarsi per la semifinale: l’avversario è il temutissimo “Wunderteam” austriaco, vincitore qualche mese prima, nella famosa partita allo stadio “Mussolini” di Torino.
«Date ad uomini di carattere, che hanno fatto un passo falso, l’occasione di ritornare su se stessi, di affrontare un’altra volta la stessa prova, gli stessi avversari e vedrete cosa nascerà. Questo era il principio da cui partivo. A quella spinta dell’amor proprio e dell’orgoglio, la squadra rispose appieno»; nelle parole di Pozzo, il succo della grande partita azzurra. Quarantotto ore dopo la maratona contro gli spagnoli, con in mezzo il viaggio in treno a Milano, dove si disputa la partita, la squadra risponde alla grande, trascinata dalla carica agonistica di Ferraris IV. Si gioca dopo un furioso temporale e la ricomparsa del sole, su uno scenario terso, esalta i contenuti agonistici. Il campo è molto allentato, ma non impedisce che la superiorità del gioco azzurro nei minuti iniziali si traduca in un goal di Guaita, che mette il pallone in rete dopo uno scontro tra Meazza ed il portiere austriaco Platzer. Gli austriaci protestano invano per la carica al portiere, l’arbitro Eklind convalida. Da lì in poi, a dispetto del continuo assalto austriaco, la porta italiana correrà pochi rischi.
«Mi si lasci tessere un inno alla tempra ed al carattere dei nostri giocatori» scriverà a commento dello storico successo Pozzo «se lo meritano, per il modo calmo, deciso, freddo, stoico, forte con cui sostennero le tre dure battaglie, contro la Spagna e contro l’Austria, nei quarti di finale e nella semifinale, a Firenze ed a Milano, nello spazio di quattro giorni. Con i tempi supplementari, trecento minuti di gioco duro, arcigno, a tratti violento anche, senza mai flettere, né davanti all’avversario, né di fronte alla stanchezza. Erano animati da una volontà di ferro. In quel momento, i giocatori, sapevano quanto da loro ci si attendeva, quanto si esigeva. E parevano degli ispirati, non guardavano in faccia a nessuno. Volevano arrivare dove effettivamente finirono per arrivare. Ad un certo momento, ricordavano il soldato ferito e furente, che non vuole abbandonare né la linea né i compagni e continua a combattere, tacendo le sue pene».
Gli azzurri sono in finale ed il Paese è pieno di entusiasmo. A ricordarcelo è sempre la penna di Vittorio Pozzo, con una vena di polemica: «L’opinione pubblica era per noi, in quel momento. Le due partite con gli spagnoli avevano infiammato l’ambiente. Non era più come al viaggio d’andata da Firenze a Roma, quando, alla stazione di Chiusi, alcuni bellimbusti avevano definito come “vecchi lampioni “ i nostri giocatori, e, per poco, non avevano ricevuto in risposta la dura lezione che le loro stupidaggini non demeritavano. Tutti erano per noi, ora. Tutti, o molti “l’avevano sempre detto”. Nulla di più instabile, di più volubile, ed in certi casi, di più goffo, degli umori del grande pubblico».
In finale arriva anche la Cecoslovacchia che, guidata dal mediocentro Cambal e dai goals del micidiale Nejedly, ha nettamente battuto i tedeschi.
La Nazionale italiana rientra a Firenze. Allemandi arriva più tardi; alla stazione chiede al conducente di una vettura a cavalli quanto vuole per portarlo allo stadio. Il vetturino risponde: «Dieci lire, più la mancia». Allora Allemandi gli chiede la tariffa per la valigia. Ed il vetturino risponde: «Per la valigia, nulla». Il giocatore così termina la conversazione: «Allora, portatemi la valigia, che è molto pesante, io vengo dietro a piedi». Luigi Allemandi è un difensore arcigno, formidabile nelle chiusure, lega il suo nome a due scudetti (con Juventus ed Ambrosiana), alla Coppa Internazionale ed all’illecito che portò alla revoca del titolo del Torino nel 1927; Allemandi fu accusato di aver favorito il Torino, durante un derby vinto dai granata per 2 a 1, che gli costerà la squalifica a vita, poi amnistiato dopo il brillante terzo posto degli azzurri alle Olimpiadi del 1928.
Le ore dell’attesa, le più dure come avrebbe confessato Pozzo, erano finalmente alle spalle, quando l’arbitro Eklind fischiò l’avvio della storica finale. Gli azzurri devono vincere l’emozione di giocare davanti al Duce, in tribuna accanto ai principi di casa Savoia, ed idealmente all’intera nazione, ben rappresentata dai cinquantamila che colmano le gradinate dello Stadio del “Partito Nazionale Fascista”.
Ecco gli schieramenti:
ITALIA: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi.
CECOSLOVACCHIA: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Nejedly, Puc.
L’arbitro è il signor Eklind, svedese.
Le cronache hanno ingigantito il duello tra le due formazioni, elevandolo ad una lotta tra giganti tecnici. La realtà, più prosaica, sta nel racconto che fece Vittorio Pozzo: «La levatura del gioco non è elevata. Le due squadre sono troppo emozionate, per giocare bene. É la storia di sempre. L’importanza della posta taglia le gambe a tutti. Primo tempo in bianco assoluto. Secondo tempo, stessa falsariga. Finche, al 26simo minuto, l’ala sinistra dei boemi, Puc, sguscia via, tira da lontano ed infila l’angolo basso della nostra rete, sulla destra di Combi, il quale si è gettato in tuffo in ritardo e non è riuscito a parare. È emozionato anche lui, il buon Piero.»
Ai bordi del campo è seduto un giovane cronista, che racconta la partita sulla stazione della Radio Nazionale; il suo nome è Nicolò Carosio e diventerà un mito ed un maestro per tutti i cronisti italiani, rimanendo in auge fino ai Mondiali del 1970. Ecco la descrizione del goal cecoslovacco: «Da Schiavio ad Orsi, intercetta Cambial che si libera del pallone in direzione di Puc. Puc riceve, fugge, supera Ferraris poi Monzeglio, stringe al centro e lascia partire un tiro. Esce Combi, sfiora la palla» attimo di sospensione «ed è goal. Niente da fare» aggiunge sconsolato Nicolò Carosio, alla sua prima esperienza di radiocronista «è goal. L’Italia è in svantaggio per una porta a zero».
Riprende il racconto di Vittorio Pozzo: «Quel punto ha, però la virtù di risvegliarci, ha l’effetto di una staffilata sul morale dei nostri; gli Azzurri non vogliono saperne di perdere. Al 36simo minuto, Orsi pareggia. Si è fatto luce sulla sinistra, con una muta di inseguitori appresso, finge di tirare di sinistro e di colpo spara invece di destro, verso l’angolo lontano alto. L’imbattibile Planicka si allunga in tutta la sua lunghezza sulla sua sinistra, sfiora la palla con la punta delle dita, ma non la ferma. È il pareggio. Non perdiamo e non perderemo più. Ne sono sicuro. Prima dei tempi supplementari non rientriamo negli spogliatoi. Rimaniamo lì sul prato, i nostri hanno facce cadaveriche, per l’emozione, per il momento che hanno attraversato. Proprio come in quei momenti d’attesa e di mezzo panico prima dell’incontro. Forza, ragazzi. Vincere bisogna. Forza e calma, veterani di tante battaglie. Ricomincia la danza, per i due tempi di quindici minuti l’uno. Intuisco una soluzione all’intricato problema: ordino a Guaita ed a Schiavio di scambiarsi il posto. C’è un fracasso tale attorno al campo, la gente è scesa fino ad un paio di metri dalle linee laterali, che nessuno mi sente. Faccio di corsa il giro del campo e giungo a dare a Guaita le opportune disposizioni: cambiarsi, poi ricambiarsi ancora di posto, e così ogni due o tre minuti, per disorientare gli avversari. Al secondo tentativo la manovra riesce appieno. È Schiavio che, sfinito, arriva in corsa, e fa partire una rabbiosa cannonata, in senso diagonale. È Planicka che per la seconda volta deve abbassarsi e raccogliere la palla nella sua rete. Di lì, come risultato, non ci si muove più: si può esserne sicuri ora. Vittoria per due ad uno».
Il racconto di Schiavio: «La finale con la Cecoslovacchia fu per me l’ultima partita in maglia azzurra. Avevo 29 anni ed, a quei tempi, si smetteva presto di giocare. Chiusi comunque in bellezza, con un goal storico, quello del 2 a 1 che diede il primo titolo mondiale all’Italia. Ricordo che Guaita mi allungò la palla in avanti, io feci qualche passo, palla al piede, entrai in area e sferrai un gran destro in diagonale. Fui fortunato, poiché il pallone s’infilò proprio nell’angolo, superando Planicka, che in precedenza mi aveva parato alcuni palloni difficili. Ero stanchissimo; fui travolto dall’abbraccio dei compagni e ne approfittai per rimanere qualche secondo sdraiato a terra, sull’erba. Quale premio ottenemmo ??? Non vorrei sbagliare, ma credo cinquemila lire a testa: non era una grossa cifra, poiché di lì a pochi mesi ne spesi novemila per acquistare la mia prima automobile, una Fiat. Ci dettero anche una medaglia ma nessuna onorificenza, nessun cavalierato o cose di quel genere. Le cose sono cambiate nel calcio, anche in campo: allora la tattica non sapevamo nemmeno cosa fosse; contavano le gambe ed il cuore».
L’entusiasmo alla fine è indescrivibile. La vittoria è giudicata meritata dagli osservatori, per la sapiente miscela di qualità tecniche, doti fisiche e doti agonistichemessa in campo dagli azzurri. Ancora Pozzo: «Fu con gli occhi rossi dalla commozione che i giocatori ricevettero il premio più ambito, quello che il Duce, con le sue mani, volle loro offrire. Giorni come quelli della preparazione dell’Alpino e di Roveta, lotte come quelle del Campionato del Mondo, emozioni come quelle della finale, non le dimentica chi le ha vissute: e nessuno di noi le dimenticherà mai. Sono esperienze che rendono fieri di essere Italiani».



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